Foxconn: le Condizioni degli operai sono Davvero un Problema?

Apple assembla i suoi prodotti presso terzi. La compagnia più importante del ciclo produttivo di iPhone e iPad è sicuramente Foxconn,  il più grande produttore al mondo di componenti elettroniche. Foxconn collabora con Apple,  Amazon, Sony, Nintendo, Microsoft, HP, Acer, Motorola, Cisco e molti altri big player del mercato dell’elettronica. L’azienda, che è anche il primo esportatore cinese, è da tempo al centro di roventi polemiche per presunti maltrattamenti e abusi contro i lavoratori, che sarebbero costretti a lavorare fino a 12 ore al giorno per stipendi da fame. La questione è in realtà piuttosto complessa. Preferiremmo evitarla, continuare a parlare di intrattenimento e dispositivi elettronici. Ma anche  per una piccola testata come la nostra è necessario schierarsi, dare la propria opinione e non far finta di niente, per rispetto di quei lettori che ogni giorni ci premiano dedicandoci il loro tempo, per quei lettori che scelgono guidaiPhone per informarsi riguardo tutto quello che concerne l’universo Apple.

E questa è una questione che riguarda Apple molto da vicino. Non cercheremo giustificazioni nel fatto che molti produttori si rivolgono a Foxconn per la produzione dei propri dispositivi. Non crediamo al “mal comune mezzo gaudio”. Non crediamo che Apple non abbia responsabilità, forse più morali che civili, per quanto avviene nelle fabbriche di Foxconn. Ma Foxconn è davvero il posto infernale di cui tutti parlano? E Apple sta chiudendo davvero un occhio su pratiche tanto abominevoli? Forse no, vediamolo insieme.

Foxconn è un azienda taiwanese che produce il 40% dei device elettronici mondiali. E’ un mostro del vapore dai numeri inimmaginabili. Immaginate una città come Torino e immaginate che tutti, proprio tutti, lavorino per lo stesso produttore. Eccovi le dimensioni di Foxconn, che secondo le statistiche più aggiornate impiega più di 920.000 operai.

Foxconn produce  principalmente in Cina, la Repubblica Popolare dove il popolo fa una vita da schifo. Abominevoli condizioni di lavoro, stipendi da fame, orari impossibili, larghe sacche di miseria e ignoranza. E sono gli stabilimenti cinesi di Foxconn (ne possiede altri in Brazile, Repubblica Ceca, Slovacchia e Messico) ad ospitare la produzione e l’assemblaggio degli iOggetti.

Con Apple diventata primo produttore mondiale di smartphone e di tablet, confermando il suo ruolo di guida innovatrice del settore, è proprio sugli stabilimenti cinesi di Foxconn che si è concentrata l’attenzione di stampa e attivisti per i diritti dei lavoratori.

Apple, si dice, dovrebbe fare di più. Non bastano le misure messe in opera negli ultimi anni e contenute nel documento di responsabilità dei fornitori, non basta l’ingresso di Cupertino nella Fair Labor Association, una delle più importanti associazioni per la tutela dei diritti dei lavoratori. Apple deve intervenire, si dice, per migliorare le condizioni di lavoro degli operai Foxconn.

Ma è davvero possibile fare di più? Le possibilità, apparentemente, sarebbero due. La prima è di fare pressioni sui produttori. Apple ha un programma, alla quale tiene particolarmente, che prevede ispezioni continue e ripetute presso le strutture dei fornitori, l’istruzione dei lavoratori riguardo i loro diritti e le loro legittime pretese e la messa in sicurezza delle catene produttive. La seconda è quella di riportare la produzione in Occidente. Ed è una soluzione praticabile solo per demagoghi di ogni genere e sorta. Apple non lavora con Foxconn perché la cosa gli garantirebbe un sostanziale risparmio (che è stato quantificato in circa 60$ a dispositivo), ma perché Foxconn è l’unica in grado di spiegare un esercito di quasi un milione di persone per accelerare la produzione dei prodotti di prossima uscita, per aumentare la produzione in caso di particolare successo di uno dei prodotti e che garantisce tempi di consegna rapidi e certi. E’ possibile farlo in Europa o negli Stati Uniti? No. E si, c’entrano anche i diritti dei lavoratori.

La condizione dei lavoratori cinesi trascende Apple e gli altri grandi produttori di elettronica consumer. Il paese è stato strangolato per decenni dalle conseguenze di una ideologia che avrebbe dovuto portare benessere e una società senza classi, e invece ha portato fame, malattia e morte. Il paese è povero, anche se sta crescendo a ritmi spaventosi. E la condizione dei lavoratori di Foxconn, sebbene di molto migliore di quella di chi non è così fortunato da ottenere un posto di lavoro presso il produttore di iPad e iPhone, non è sicuramente delle migliori.

Ma la bacchetta magica non ce l’aveva Steve Jobs e non ce l’ha Tim Cook. Per migliorare le condizioni dei lavoratori cinesi non c’è altra strada che quella di Apple, ovvero quella di sforzarsi per portare costanti miglioramenti nelle condizioni di lavoro di un paese appena uscito dall’estrema povertà. Per quanto possiamo amare i nostri iPhone, inventare un telefono rivoluzionario è una cosa, risolvere i problemi del mondo ne è un’altra, ed è un compito impossibile da risolvere in pochi anni anche per immaginifici imprenditori come Steve Jobs.

Apple ha fatto molto. Potrebbe sembrare non abbastanza, questo lo capiamo, perché vorremmo porre fine alla sofferenze dei nostri fratelli cinesi oggi stesso. Non vorremmo più incidenti, vorremmo vedere benessere ovunque, orari di lavori ridotti e la possibilità per chiunque di vivere dignitosamente del proprio lavoro. Questo sarà possibile solo se Apple intensificherà gli sforzi in questo senso e se gli altri produttori, per ora rimasti colpevolmente indietro, sceglieranno di procedere sullo stesso percorso. Il resto sono chiacchiere da bar, l’iPhone a ovest del Caucaso non sarà mai assemblato a ovest del Caucaso.

Ora che conoscete la verità e sapete che alla Foxconn pagano i dipendenti più del doppio rispetto alle altre fabbriche limitrofe e che senza quell’azienda probabilmente quella zona della Cina non sarebbe mai uscita dalla povertà, pensate ancora che le condizioni di lavoro siano davvero un problema?

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